PILLOLA LUG 26

CLIMA e MICROCLIMA

Un anno fa, nella mia pillola dedicata al caldo, che negli ultimi anni sempre più genera un incremento preoccupante delle vittime sia in ambito domestico che nei settori produttivi, citavo il sud Sudan e le sue vittime silenziose (nel senso che nessuno parla di quella guerra infinita a “bassa” intensità) come esempio di area del mondo colpita dai cambiamenti climatici e dalle conseguenti ondate migratorie. Proprio in questi giorni leggo di migliaia di sfollati in quelle terre da un territorio vasto che a seguito di piogge abbondanti ripetute non torna da anni all’asciutto, territorio dove centinaia sono i pozzi petroliferi abbandonati che generano diffusa contaminazione delle acque. L’avvelenamento corre lungo la catena alimentare rendendo infruttuose le terre, uccidendo il bestiame, causando morti premature o malformazioni.

In Italia è legittimo, anche se piuttosto inefficace, rispondere alle ondate di calore con le ormai trite e ritrite ordinanze regionali, spesso inascoltate, così come doverosa la posizione dell’INL che recentemente (con nota 5484) ha ricordato gli obblighi dei datori di lavoro per il contenimento del rischio per i lavoratori e per la programmazione di azioni concrete che prevengano malori e disidratazione.  In sintesi:

Valutare il rischio microclima (titolo VIII D.Lgs. 81/08) che ribadisco non significa chiedere ad un tecnico di misurare i parametri e calcolare gli indici ogni 4 anni ma disporre anche di strumenti di monitoraggio in tempo reale così da reagire subito in funzione della situazione contingente, intervenendo sulle dotazioni (sistemi di ventilazione), sulle forniture (sali minerali e idratazione), sull’abbigliamento professionale (es. concessione al pantalone corto ove non vi sia un rischio infortunistico rilevante per gli arti inferiori), sulle strutture (applicazione pellicole riflettenti o installazione di tende oscuranti, applicazione di coibentazioni, ripensamento delle aree di ristoro climatizzate, diffusione di punti di erogazione libera di acqua, ecc.), sull’organizzazione (anticipo orari, riduzione turni, alternanza nelle postazioni peggiori, acclimatazione per chi rientra dopo assenze prolungate, ecc.).

Condividere le strategie con il medico competente, il SPP aziendale e gli RLS ponendo la massima attenzione ai soggetti: oltre i 30°C il corpo oggettivamente è già in difficoltà a smaltire il calore prodotto dall’attività svolta, dai 36°C lo scambio di fatto rischia di non avvenire più quindi anche modesti sforzi comportano rischi di ipertermia. Ci permettiamo di aggiungere a queste ragionevoli considerazioni, che si debba dare chiara indicazione al preposto sulle condizioni oltre le quali è autorizzato a sospendere l’attività nella sua area di pertinenza dal momento che se i parametri sono “severi” si può configurare il pericolo grave ed immediato: a fronte di grave disidratazione e ipertermia è a rischio la sopravvivenza della persona e possono esserci gravi danni agli organi interni e al cervello… un potere non esercitato può configurare un’omissione… Tornando ora ad alzare la testa dal nostro “orticello nazionale” al pianeta di cui siamo tutti cittadini, voglio lanciare un appello a intraprendere azioni coraggiose di contrasto al cambiamento climatico, sia ognuno nelle sue scelte personali ma anche e soprattutto come aziende che hanno a cuore la salute dei propri collaboratori, la sopravvivenza e sostenibilità del proprio business, la riduzione dei rischi catastrofali, il bene delle future generazioni (figli, studenti, lavoratori, consumatori, ecc.).

Ecco alcune piccole idee da sviluppare:

  • come gestisco la mobilità in azienda? Come si spostano i miei lavoratori per venire al lavoro? Che combustibile usano le vetture e i mezzi d’opera aziendali? Dal mobility manager (obbligo sopra i 100 dipendenti nelle aree urbane con oltre 50.000 abitanti) all’elettrificazione, dal car pooling al ricorso a combustibili a ridotte emissioni, molte sono le possibili soluzioni per ridurre l’impronta ecologica degli spostamenti di lavoro e per lavoro
  • come alimento il mio processo? Che quota di fonti rinnovabili copre i miei consumi? Chi sono i miei fornitori di energia? Quanto e come riesco a conoscere e monitorare i miei consumi (energia elettrica ma anche aria compressa)? Dalle comunità energetiche alla scelta di produttori green, dai sistemi di telerilevamento dei consumi all’ammodernamento dei sistemi di generazione, si può fare davvero molto per ridurre la CO2 correlata alla mia attività, anche fruendo di interessanti strumenti di incentivazione che anche per il 2026 sono stati confermati (Iperammortamento, Nuova Sabatini, Simest transizione, FER X, Fondo Veneto Energia, ecc.)
  • quali mitigazioni ho implementato a fronte degli eventi avversi (le norme ISO sottolineano l’importanza anche di questo aspetto come necessaria risposta alle emergenze)? Dal depaving e ripiantumazione delle aree a bassa intensità d’uso, dalla bonifica dell’amianto (anch’essa incentivata) all’acquisto di dotazioni di protezione contro le alluvioni diversi sono gli interventi preventivi e protettivi che riducono l’impatto di condizioni estreme rendendoci meno vulnerabili.

Sono certo che vorrete condividere e approfondire queste riflessioni magari dopo una meritata vacanza in treno e bicicletta. Buone ferie.

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